Seguo distrattamente gli esami di maturità che puntualmente mi sorprendono ogni anno, in questi giorni. Per me la maturità è stata una specie di trauma e, in quanto troppo empatica negli ultimi tempi, non posso permettermi di seguire troppo intensamente perchè mi sale l'angoscia di quella volta.
Mentre leggo dello strafalcione su Montale mi farebbe desiderare di essere una maturanda per andare dritta dritta al Ministero a dar fuoco alla Ministra dei miei maroni, la mia attenzione va al tema sugli sms.
Il tema è tutt'altro che banale. Andrebbe sottoposto a tutti quelli che hanno dimestichezza con questi strumenti del diavolo, per riflettere veramente quanto la nostra capacità di sentire sia mutata.
Per noi trentenni le cose sono cambiata negli ultimi 10 anni, più o meno. Si è passati dalla telefonata al fisso cui rispondevano dei genitori che subivano i figli che crescevano al carico di aspettative consegnati a 160 caratteri.
Un tempo si scrivevano delle lettere. Si argomentava per fogli interi per tentare di farsi capire. Si ricevevano dei fogli arricciati dalla veemenza del passaggio della Bic. Quello che contava non era tanto ciò che c'era scritto ma quello che era stato cancellato, parole nascoste da ghirigori sbaffati che magari tradivano il vero pensiero di colui che aveva scritto.
Ora si delega tutto ad un tasto di invio. Questi nuovi mezzi altro non fanno che alimentare alla nostra paura di provare dei sentimenti che ci diano l'impressione di essere vivi, anche per pochi secondi.
Premere il tasto con il telefonino verde in corrispondenza di un numero di telefono è un gesto che ormai pochi si permettono. La paura dello squillare a vuoto fa comodamente digitare quattro cazzate in un sms, condensando un pensiero più o meno complesso in una manciata di caratteri. Telefonare implica prendersi una responsabilità, scrivere un messaggio, invece, ci offre l'occasione di nascondersi dietro ad un dito e continuare a rimanere in attesa di una risposta che forse arriverà o forse no.
Le email ci hanno reso compulsivi. Inchiodati ad un computer per necessità, legati a lui come se fosse in carne ed ossa, abbiamo fatto di necessità virtù, seppelliti da decine e decine di mail al giorno. La mail arriva inaspettata, non sempre in momenti propizi, e viene letta di fretta e, con la stessa fretta, a volte si risponde, senza magari aver compreso fino in fondo quello che c'era scritto. La lettera di carta dava tempo, la mail il tempo lo inghiotte e rende il pensiero e il sentimento veloce e, per questo, a volte pericoloso.
Leggendo un articolo su Repubblica di qualche Domenica fa sullo scambio epistolare tra la nobile Colonna e il pittore Boccioni, mi ha fatto venire un brivido per un'emozione che alla nostra generazione difficilmente sarà dato provare. La carta, l'inchiostro, i nastrini con cui erano legate le lettere, i profumi davano una tridimensionalità alla sfera delle emozioni che la velocità e la luminosità dei display hanno reso piatti e svuotati di senso.
